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Pier Paolo Pasolini intervistato da Giacomo Carioti, 1963.

Aggiornamento: 6 nov 2023


Pier Paolo Pasolini nel suo studio della casa di via Giacinto Carini 45, Roma, 1962 © Aldo Durazzi/Archivio Marcello Mencarini/Tutti i diritti riservati

La domenica, dopo aver riattaccato per la seconda volta il grosso disco di música sinfónica che con le sue arie inunda tutta la casa, mi porge una tazza di caffè assai leggero. Pasolini è al di là, nel soggiorno, con due giovani che gli parlano di cinema, di centri sperimentali e di ingiustizie. Io da mezz’ora ,mi trovo nello studio, in attesa di potergli parlare. Lo studio è strano: la scrivania a destra, con alle spalle uno scaffale pieno di libri, ad un lato, sulla parete, un ritratto dello scrittore con un fiore all’angolo della bocca; a sinistra un ampio divano e di fronte un finestrone che dà sul giardino. In cima alle due pile di libri accatastati sulla scrivania ”Il Manifesto” di Marx e “L'uomo come fine” di Moravia.


Di là si parla di ottenere e di far nascere qualcosa. Due fili elettrici che pendono dal centro del soffitto attirano la mia attenzione, ma la mia contemplazione è interrotta da Pasolini che entra e si scusa. Ora però va molto in fretta, perché deve andare a Cinecittà a montare un film; mi dichiaro comunque disposto a seguirlo, ed a fare l’intervista in automobile.


Gli domando se si apprezza di più come attore, come regista, o come scrittore. Mi risponde che ha cominciato a fare a regia solo da pochi anni e che come attore se è cimentato solo come divertimento. Invece scrive da quando aveva sette anni, e quindi è logico che si apprezzi maggiormente come poeta e romanziere. Dice ancora che la poesia che ha scritto a sette anni è forse il suo capolavoro.


Fra un mese esce un libro di poesie raccolte da due anni a questa parte, intitolato “Poesie in forma di rosa”, e attualmente sta preparando un volume di mille pagine con i suoi racconti dal 1950 in poi. Titolo “Il rio della grana”.


Sta pure scrivendo un lungo romanzo di cui preferisce non parlare «...perché sennò mi passa la voglia di scriverlo».


LNV[1]: «È vero che con “Accattone” e “Ragazzi di vita” lei ha voluto fare della speculazione politica?


PPP: «Speculazione politica? Perché avrei dovuto farla, io non sono un politico, non sono legato a nulla, a nessuno, non ho interesse da nessuna parte. Se mai si può parlare di passione ma non si speculazione politica Se speculazione c’è stata, c’è stata ai miei danni»

LNV: «Perché ha parlato così a lungo della vita nelle borgate romane?»


PPP: «Perché ci ho vissuto. Io venivo dal Nord, e mi sono trovato a vivere in quell’ambiente; ne sono rimasto profondamente traumatizzato»


LNV:«Ha una fonte d’ispirazione per lei naturale?»


PPP: «Non ho una fonte d’ispirazione particolare. Quello che non mi ispira è l’ambiente borghese. La borghesia è incolta, meschina, ipocrita, materialistica...è cinica, manca di religione. Disprezzo e odio troppo la borghesia, e quando una cosa suscita disprezzo e odio non se ne può scrivere»


Stiamo ripercorrendo l’Appia; la macchina ha uno scossone, tre giovanotti sdraiati sul fieno di un carro barcollante riconoscono lo scrittore e sorridono.


LNV:«In genere con le sue opere tende solo a illustrare o vuole affermare qualcosa, delle conclusioni?»


PPP: «Mah, cosa vuole, delle conclusioni... le conclusioni sono sempre ipotetiche. Io non sono un pensatore, le mie conclusioni dono marxite, io sono marxista. Le mie conclusioni sono delle conclusioni originali»


LMV: «Crede di più nel cinema o nel libro?»


PPP: «Non ho preferenze, perché quando si ha qualcosa da dire non importa il mezzo. Alcuni momenti della vita ri rendono meglio con un film, altri con un libro. Certo, le pagine scritte con la loro tradizione millenaria mi ispirano maggior tenerezza»

Pasolini parla lentamente, a piccole frasi, lasciandomi il tempo di scrivere.

LMV: «Fino a che punto crede nel Comunismo?»


PPP: «Credo fino a quando non diventa stalinismo»


LMV: «Che cosa la stupisce del Comunismo?»


PPP: «La sua profonda religiosità. I borghesi non credono a nulla, solo ai suoi interessi, mentre i comunisti hanno una profonda fede nelle sue idee»


LMV: «Se per la sua fede politica dovesse rinunciare a esprimersi liberamente, come reagirebbe?»


PPP: «Ma no, no, non rinuncerei a niente, e poi una fede politica che limitasse la propria libertà di espressione non sarebbe accettabile»


Siamo arrivati a Cinecittà; è un’ora calda del primo pomeriggio, nei giardini antistanti l’ingresso alcune giovani mamme dondolano i bambini nelle carrozzelle, ed un gruppo di vecchietti parla di pensioni. Il cortile dove parcheggiamo la macchina è deserto. Continuiamo a parlare mentre percorriamo un lungo corridoio costellato di porte con sopra scritto “non aprire” o “prima di aprire bussare”


LMV: «Lei sa che la gente giudica in un certo modo; le interessa questo giudizio? Lo teme?»


PPP: «Sì, mi interessa moltissimo, e mi dispiace che la gente si lasci influenzare così. Il suo giudizio mi opprime»


LMV: «Pensa che i comunisti possano vincere e governare in Italia? In questo caso, la politica italiano potrebbe essere scissa da quella sovietica?»


PPP: «Mah, forse tra trenta, quarant’anni... e poi non credo. In Italia ci stiamo avviando ad una forma politica simile a quella dell’Inghilterra, cioè socialdemocrazie. Accettando l’ipotesi di un’Italia comunista il problema della indipendenza dell’Unione Sovietica non si pone perché il Comunismo è un fatto internazionale»


Intanto siamo arrivati sulla porta della sala di montaggio. Qualcuno saluta “Buongiorno dottò!”. Pasolini è appoggiato al muro e dà segni di impazienza. Gli chiedo altri cinque minuti. La parte final dell’intervista la facciamo appoggiati ad una moviola.


LMV: «Recentemente lei ha avuto a che fare con la censura e con la Magistratura. Che cosa pensa di questo fenomeno che ormai si è iscritto nella normalità cinematografica»


PPP: «Ho sempre detto, e ripeto,che la censura non ci doverebbe essere. Ognuno deve essere libero di dire ciò che pensa, anche se è volgare,scurrile e da scandalo. Poi, magari c’è la Magistratura, ma non si può far tacere chi vuol dire qualcosa, Come se si volesse tappare la bocca a chi sa che dirà delle parolacce. Dopo che le ha dette lo si potrà punire, ma non prima»


LMV: «ha intervistato mezza Italia per il suo film-inchiesta. A quali conclusioni l’hanno portata le risposte ricevute dagli intervistati? A quale classe sociale si è sentito più vicino idealmente, e a quale il contrario?»


PPP: «La gente è molto ignorante, nella maggior parte dei casi la propria vita non è stata osservata, il problema sessuale non si è mai posto. La classe sociale cui mi sono sentito più vicino idealmente è stata logicamente quella a cui appartengo io, cioè gli intellettuali. Tutti gli altri, più o meno...»


LMV: «Di che cosa ha paura?»


PPP: «Di che cosa ho paura? Ma di niente, di cosa dovrei... Della morte, ho paura della mia morte!»


LMV: «Perché avrebbe finito di dire ciò che pensa?»


PPP: «No, no perchè sarebbe finita la mia vita»


LMV: «Crede che la coerenza sia una condizione?»


PPP: «Sì, quando non è testardaggine»


LMV: «Come si definisce?»


PPP: «...così, su due piedi, come mi definisco...così subito...ci debbo pensare.Mi telefoni domani e glielo dirò. Arrivederci!»


Giacomo Carioti. Intervista con… Pier Paolo Pasolini, novembre 1963 in La nuova voce, Roma, Anno II, N.4, maggio 1964, pp.8-9.

[1] La nuova voce (così indicato nel testo originale)

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