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Pier Paolo Pasolini intervistato da Oreste del Buono in Cinema 70


Pier Paolo Pasolini intervistato da Oreste del Buono nel programma Cinema 70, RAI andato in onda 28.01.1970


Sotto il segno di Gramsci

I primi miei film, da Accattone a II Vangelo secondo Matteo, La ricotta, Edipo Re, li ho fatti sotto il segno di Gramsci. Infatti coi miei primi film mi sono illuso di fare opere nazional-popolari nel senso gramsciano della parola, e quindi da questo consegue che pensavo di rivolgermi al popolo, al popolo come classe sociale ben differenziata dalla borghesia, almeno in modo ideale naturalmente, così come l'aveva conosciuto Gramsci, e come io stesso l'avevo conosciuto da giovane, almeno compresi tutti gli anni 50. E' successa poi quella che si chiama la crisi, in un certo senso positiva, della società italiana, cioè il passaggio dell'Italia da un'epoca a carattere ancora in parte agrario, artigianale, comunque paleo-capitalistico, a una nuova epoca, quella del benessere, neocapitalismo. E quindi, con la trasformazione in un certo senso radicale, per quanto fulminea, della società italiana, il trasformarsi di questo popolo idealizzato da Gramsci e da me giovane in qualcos'altro, in quello che i sociologi chiamano «massa». A questo punto io mi sono in un certo senso rifiutato, non programmaticamente, non aprioristicamente, ma in seguito alle prime esperienze, di fare dei prodotti che siano consumabili da questa massa. E quindi ho fatto dei film d'elite, apparentemente antidemocratici, aristocratici, mentre in realtà, essendo film prodotti in polemica contro la cultura di massa, che è tirannica, che è antidemocratica per eccellenza, in realtà secondo me sono un atto, per quanto forse inutile, per quanto idealistico, di democrazia.

Una chiave per Medea

Penso che non sia assolutamente necessario che in Medea una chiave moderna ci sia. Comunque c'è, ed è in qualche modo altrettanto attuale, anzi probabilmente molto di più che per l'Edipo. Non soltanto io non vedo differenza tra l'Edipo e Medea, ma non vedo differenza nemmeno tra Accattone e Medea, e nemmeno molta differenza tra II Vangelo e Medea. Praticamente un autore fa sempre lo stesso film, per almeno un lungo periodo della sua vita, come uno scrittore scrive sempre la stessa poesia. Si tratta di varianti, anche profonde, di uno stesso tema. Il tema: come sempre, nei miei film, è una specie di rapporto ideale, e sempre irrisolto, tra mondo povero e plebeo, diciamo sottoproletario, e mondo colto, borghese, storico. Questa volta ho affrontato direttamente, esplicitamente questo tema. Medea è l'eroina di un mondo sottoproletario, arcaico, religioso. Giasone invece è l'eroe di un mondo razionale, laico, moderno. E il loro amore rappresenta il conflitto tra questi due mondi.

Il realismo socialista

Non si può identificare il realismo socialista con l'idea gramsciana di nazional-popolare. Bisogna assolutamente scindere le due cose, perché il realismo socialista è stato una cosa orrenda del periodo staliniano su cui non c'è nulla da salvare, invece l'idea nazionale popolare di Gramsci è un'idea lecita, valevole, storicamente molto importante. La mia ultima produzione non vuol essere provocatoria, perché la provocazione come tale è quasi sempre soltanto formale. Nel momento in cui interviene il contenuto, il sentimento, la provocazione non è più provocazione, e semmai, diciamo, nel senso quasi evangelico della parola, oppure nel senso linguistico della parola, è scandalo semmai, ma non provocazione. Io, sì, credo che in qualche modo posso arrivare a degli spettatori che, pur non essendo massa, perché la massa di per sé, per definizione è antidemocratica, è alienante, è alienata e alienante, tuttavia si può in qualche modo arrivare attraverso il decentramento - questo è molto idealistico, lo so bene, ma d'altra parte uno scrittore non può non esserlo il decentramento, che è secondo me il problema fondamentale della civiltà di oggi (il bisogno delle autogestioni che incombe su tutto il mondo...) e quindi anche l'arte in qualche modo può arrivare attraverso una serie infinita di decentramenti; questo lo dico in linea teorica e idealistica, però mi sembra questa l'unica via possibile.

Intellettuali e suicidio

L'alternativa all'industria culturale, al sistema di produzione cinematografica classico che cosa è? Il suicidio. Il suicidio intellettuale, quello che, in una specie di ambito castrista e guevarista, sarebbe il suicidio dell'intellettuale, che è una teoria degna di rispetto, ma che è in qualche modo terroristica e ricattatoria, e che io non accetterò mai. Io mi sono posto di fronte all'alternativa di fare del cinema usando delle odierne strutture, di quello che c'è, i produttori, del mondo capitalistico in cui vivo, oppure non farlo. Tra le due cose preferisco farlo, e misurare. Può darsi che io sia sconfitto, comunque è una specie di braccio di ferro che succede: cioè, io strumentalizzo la produzione che c'è, la produzione che c'è strumentalizza me, e vediamo un po', facciamo questo braccio di ferro e vedremo un po' di chi sarà la vittoria finale.

Cercando una «élite»

Ho detto che non ho speranza di riuscire a dialogare con la massa e quindi mi rivolgo all'elite. Ma quando io ho parlato di élite, mi pare di aver detto ben chiaramente che è un'operazione apparentemente aristocratica, mentre in realtà è un atto di democrazia, perché io proprio a questa élite mi voglio rivolgere, mica all'elite classica, sarei un pazzo se facessi, dicessi una cosa di questo genere. Quindi si tratta di un equivoco. Siccome la parola élite è una parola usata ormai da molti decenni in un certo senso, e non ce n'è un'altra per sostituirla, l'equivoco è nato, è un equivoco verbale nato dalla parola élite. Io non intendo, quando dico di fare film per l'elite, parlare della élite classica, cioè della élite dei privilegiati, dei detentori del potere, e quindi della cultura, niente affatto. 10 dico «per l'elite», ma l'elite la cerco là dove la trovo. Posso benissimo trovarla appunto in queste minoranze operaie avanzate... 11 mio interlocutore può essere il metalmeccanico di Torino. Medea può essere percepita da questa élite? Certo. Con difficoltà, perché naturalmente io chiedo allo spettatore tanta attenzione quanta è la fatica che io ho fatto a fare il film. Cioè non voglio presupporre uno spettatore distratto, se è distratto peggio per lui.

Il mondo borghese

E' chiaro che quando io descrivo un mondo popolare, comunque esso sia, sono più ispirato. Non so per quale ragione. Per delle regioni forse anche oscure, io non lo so, comunque questa è una realtà. Quando invece descrivo il mondo borghese trovo sempre delle difficoltà. Per me, rappresentare un mondo psicologico moderno è sempre difficile. Provo una specie di, appunto, di inimicizia quasi fisiologica che ho per questo mondo.

Protagonisti gli operai

E il Terzo Mondo dove lo mettiamo? Due miliardi su tre miliardi di abitanti della Terra, almeno due miliardi cioè due terzi appartengono al Terzo Mondo. Ora, io escludo che un operaio sia un operaio all'avanguardia se non implica nei propri problemi i problemi del Terzo Mondo. Ecco, si guardi per esempio il movimento negro degli Stati Uniti, Cuba, l'America Latina eccetera eccetera. E' possibile fare una distinzione simile? No. E allora è chiaro che se nessuno parla di questi problemi qui, è un problema di conoscenza. C'è un sentimento del popolo, un sentimento che riassume tutto. Secondo me, se qualcuno mi chiedesse di dare per un'antologia di venti, trenta registi italiani il mio pezzo più buono, io darei la prima parte di Medea, dove il protagonista è il popolo, protagonista è il sentimento del popolo: il popolo non operaio, però, evidentemente, il popolo contadino, il popolo preindustriale, il popolo cioè del Terzo Mondo.

Pier Paolo Pasolini. La mia idea de popolo in La Stampa, giovedì 1 novembre 1990.


Link al video nella RAI TECHE : https://bit.ly/2SwBI2X


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