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Vicissitudini di un povero regista: Pasolini diventa Giotto

Aggiornato il: 16 ott 2019


"Tutte le opere sono autobiografiche, anche quelle in cui non si possono decifrare elementi autobiografici espliciti. Chissà perché questa banale verità diventa, agli occhi di chi si interessa alle mie opere, così macroscopica. Segno di razzismo? Ebbene sì, lo credo.



Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film "Il Decameron" © Roma Press Photo/riproduzione riservata

Anche il Decameron, che doveva essere la meno autobiografica delle mie opere ha finito per diventare autobiografica in modo quasi aggressivo (se lo stile non fosse decisamente "comico"). Ecco come. Tra le novelle rappresentate nel mio film c'è la novelletta su Giotto: dovevo quindi scegliere l'interprete di Giotto. Dopo molte angosce la mia scelta era caduta su Penna, Sandro Penna, il nostro più grande poeta vivente. Penna è un po' matto, e i suoi rapporti con la vita pratica sono i più liberi che io conosca (egli è schiavo solo delle sue abitudini così libere). Bene, dopo infiniti ostacoli posti a se stesso, a me , a tutto, Sandro si era deciso ad accettare; e io ero felice, perché nel frattempo avevo dato realtà a Giotto adattandomi alla sua realtà.

Ero a Caserta Vecchia, nel pieno lavoro, che sembra sempre impossibile, quando dopo una serie di esasperanti telefonate, Penna ha fatto il gran rifiuto.

Mancavano tre giorni alla data fissata dall'implacabile "piano di lavorazione" per girare l'episodio giottesco. Che fare? Ho pensato a Volponi, cui avevo già pensato anche prima di Penna, gli telefono, mi dice di sì, mi consolo. Anche con Volponi, Giotto avrebbe mantenuto rispetto all'autore, la stessa distanza degli altri personaggi, sarebbe rientrato nel "tutto oggettivo" di un'opera sospesa nel cielo come un solenne e comico pallone. All'ultimo giorno anche Volponi mi dice di no. Ah! vicissitudini di un povero regista!

Ho preso la decisione in cinque minuti: Dove sono i vestiti di Giotto?- ho chiesto all'aiuto costumista, alla sarta; mi sono stati portati dietro le macerie di una cosa diroccata di Caserta Vecchia dove stavo girando il mercato dei cavalli, e come una comparsa, sull'erba, mi sono tolto calzoni, maglietta, canottiera, e ho indossato il costume. Mi sono rappresentato davanti alla macchina da presa così conciato, e mi pareva di sprofondare nelle viscere della terra: la troupe mi guardava nascondendo dentro la filosofica apatia romana il suo divertito stupore. Fatta l'inquadratura, mi sono gettato a capofitto nel mondo profilmico.

Cosa significa lamia presenza nel Decameron? Significa aver ideologizzato l'opera attraverso la coscienza di essa: coscienza non puramente estetica, ma, attraverso il veicolo della fisicità, cioè di tutto il mio mondo di esserci, totale. Con le parole da me pronunciate alla fine del film, l'opera si ironizza , e diviene un'esperienza particolare, non mitizzata. La "colpevole mistificazione" si rivela come "gioco"

Pier Paolo Pasolini da "Il Decameron" in "La Trilogia della vita" da "Le regole di un'illusione" (1991)


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